<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?>
<rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	>

<channel>
	<title>Federico Ferrero &#124; Federico Ferrero</title>
	<atom:link href="http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>http://www.federicoferrero.it</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Mon, 20 May 2013 16:35:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>hourly</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>1</sy:updateFrequency>
	<generator>http://wordpress.org/?v=3.5</generator>
		<item>
		<title>La musica che gira attorno</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=125</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=125#comments</comments>
		<pubDate>Mon, 20 May 2013 16:35:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Gabriele Roberto]]></category>
		<category><![CDATA[Margherita Buy]]></category>
		<category><![CDATA[Maria Sole Tognazzi]]></category>
		<category><![CDATA[Stefano Accorsi]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=125</guid>
		<description><![CDATA[[pubblicato sull'Unità del 18 maggio 2013] Un diploma in composizione, un master al Royal College of Music di Londra con Joseph Horovitz ma un talento, tanto per cambiare, passato inosservato. La storia di Gabriele Roberto, firma delle musiche per il nuovo film di Maria Sole Tognazzi con Margherita Buy e &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=126" rel="attachment wp-att-126"><img class="alignleft size-medium wp-image-126" alt="Gabriele Unità" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/05/Gabriele-Unità-202x300.jpg" width="202" height="300" /></a><em>[pubblicato sull'Unità del 18 maggio 2013]</em></p>
<p style="text-align: justify;">Un diploma in composizione, un master al Royal College of Music di Londra con Joseph Horovitz ma un talento, tanto per cambiare, passato inosservato. La storia di Gabriele Roberto, firma delle musiche per il nuovo film di Maria Sole Tognazzi con Margherita Buy e Stefano Accorsi, <i>Viaggio sola</i>, è un caso di cervello brillante fuggito via, con una peculiarità. Perché quella mente, che a Roma nessuno notò e a Tokyo gli è valsa una carriera fulminea, è rientrata in casa dalla finestra.</p>
<p style="text-align: justify;">Gabriele, classe 1972, cuneese di Alba, dopo gli studi era tornato a vivere nella cascina di famiglia, con vista sui vigneti delle Langhe. E aspettava. «Non è che non ci abbia provato. Per due anni ho mandato <i>demo</i> con le esecuzioni per l&#8217;orchestra del conservatorio alle case di produzione italiane, però nessuno mi ha messo alla prova. Anzi, a essere onesto nessuno mi ha mai risposto: all’estero, se non sono interessati alle tue cose, si degnano di dirti di no». Intanto suonava, sì, ma nei bar e nei circoli, con un amico; finché la sua ragazza asiatica non gli consigliò di mandare il cd alla GrandFunk, una casa di produzione giapponese di prima fila. Sorpresa: «Mi chiamarono subito, mi chiesero di lavorare a un film. Sono stato anche fortunato, perché <i>Memories of Matsuko</i> di Tetsuya Nakashima, il primo per cui ho scritto la colonna sonora, è andato benissimo, anche al di là delle previsioni». Pare di sì, a giudicare dal <i>Japan Academy Award</i>, l’Oscar giapponese, che Gabriele Roberto vinse nel 2007 da debuttante. Con i soldi del contratto con GrandFunk, che si propose anche come suo agente, Gabriele l’americano («Qui tutti i bianchi, biondi con gli occhi azzurri sono <i>americani</i>») ha preso casa a Tokyo per lavorare a mille progetti: <i>jingle </i>per pubblicità – ha messo in musica pure i dribbling di Ronaldihno &#8211; arrangiamenti per gruppi pop rock nazionali, un altro film di Nakashima con Yakusho Koji &#8211; attore e regista che tra i nipponici è celebre quanto Carlo Verdone a casa nostra. I giapponesi, racconta, somigliano un po’ ai piemontesi: sono pacati, concedono poca confidenza, ma si danno da fare se pensano che ne valga la pena. Per lui, che ha preso casa nella capitale e vive</p>
<div id="attachment_127" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=127" rel="attachment wp-att-127"><img class="size-medium wp-image-127" alt="Gabriele Roberto" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/05/Gabriele-Roberto-1-300x209.jpg" width="300" height="209" /></a><p class="wp-caption-text">Gabriele Roberto</p></div>
<p style="text-align: justify;">da adottato («ma dopo un po’ l’Italia mi manca: qui non c’è l’ora legale e fa buio troppo presto, e solo nei weekend la gente si lascia un po’ andare») si sono spesi: ecco che un altro regista, stavolta di Hong Kong, l’Orso d’Argento a Berlino per <i>Isabella</i> Pang Ho-cheung, lo fa chiamare per incontrarlo al Toyko Film Festival. Si piacciono, tanto che Gabriele scriverà le musiche per i suoi <i>Exodus </i>e <i>Dream Home</i>, titoli che a noi dicono nulla ma là garantiscono contatti per frequentare il circolo dei professionisti del cinema. «Ma io sono italiano, scrivo perché le cose siano lette o ascoltate e lavorare solo per il mercato asiatico non mi faceva sentire completo». È che ci sono voluti cinque anni di successi in Giappone, perché qualche italiano sentisse parlare di lui: il deus ex machina è Walter Fasano, una celebrità tra i montatori cinematografici, che casualmente legge di Gabriele Roberto sul giornaletto della Siae, si documenta e si appassiona. È la finestra che si spalanca, per il volo del ritorno. Fasano lo mette in contatto con i “suoi” registi, lo fa collaborare con Lucio Pellegrini per <i>La vita facile</i> con Pierfrancesco Favino, Accorsi e Vittoria Puccini, una produzione Fandango. Arriva anche la commessa per <i>Padroni di casa</i> di Edoardo Gabbriellini, in cui lavora alle musiche con l’ex Lùnapop Cesare Cremonini. Fino all’incontro con Maria Sole Tognazzi, che gli affida le musiche per il suo <i>Viaggio sola</i>: «Il film è girato in diversi paesi del mondo e c&#8217;erano, per me, due linee da seguire. Lei, Margherita Buy, è ospite a sorpresa in vari hotel di lusso: quindi mi sono agganciato a qualcosa che ricordasse il territorio, per Marrakech ho usato strumenti etnici, a Parigi mi sono sbizzarrito con gli stilemi del neobarocco. Parallelamente, chi scrive musica per i film deve seguire le emozioni dei personaggi: quando lei è smarrita a Berlino, per esempio, devi far fiorire la malinconia che la accompagna, il senso di solitudine che combatte con la sua voglia di libertà». Il lavoro del compositore è facilitato dalla tecnologia digitale: si può far assaggiare al regista un’anteprima verosimile della colonna sonora campionando tutti gli strumenti – un tempo c’era solo il pianoforte – e poi chiudersi a registrare. Per <i>Viaggio sola</i>, Roberto ha avuto per sé la Czech National Symphony Orchestra di Praga, un piccolo privilegio. Come quello di avere due mamme: una l’ha svezzato lontano da casa; l’altra, quella vera, si è fatta desiderare ma, alla fine, lo ha riconosciuto.</p>
<p style="text-align: justify;">
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=125</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>L&#8217;altra vita di Ferguson</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=116</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=116#comments</comments>
		<pubDate>Thu, 09 May 2013 11:53:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[Senza categoria]]></category>
		<category><![CDATA[Alex Ferguson]]></category>
		<category><![CDATA[Manchester United]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=116</guid>
		<description><![CDATA[LO HA CHIAMATO «IL MOMENTO GIUSTO» MA È UNA CONVENZIONE, IN SENSO ASSOLUTO NON ESISTONO MOMENTI MIGLIORI DI ALTRI. Piuttosto è che si aprono delle porte, nel cammino della vita, e Alex Ferguson ha deciso di accelerare il passo proprio ora e chiudersi alle spalle quella dell’Old Trafford, la sua &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=117" rel="attachment wp-att-117"><img class="alignleft size-medium wp-image-117" alt="Ferguson" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/05/Ferguson-200x300.jpg" width="200" height="300" /></a>LO HA CHIAMATO «IL MOMENTO GIUSTO» MA È UNA CONVENZIONE, IN SENSO ASSOLUTO NON ESISTONO MOMENTI MIGLIORI DI ALTRI.</p>
<p style="text-align: justify;">Piuttosto è che si aprono delle porte, nel cammino della vita, e <strong>Alex Ferguson</strong> ha deciso di accelerare il passo proprio ora e chiudersi alle spalle quella dell’Old Trafford, la sua casa, la sua vita. Questa volta e non nel 2002, quando già lo aveva promesso, o nel 2010, data rotonda che buttò lì a casaccio come chi annuncia, mentendo, di aver trovato il giorno in cui smettere di fumare. 6 novembre 1986, 19 maggio 2013: toccherà a queste due giornate, invece, far da parentesi non alla panchina, ma alla dinastia Ferguson, costruita intorno a un figlio della classe operaia, uno scozzese, un rude. <span id="more-116"></span>Nominato Sir, comandante dell’Ordine, dalla regina Elisabetta nel ’99 ma piazzato per vita alla guida dei Red Devils solo dal popolo, la Manchester di fazione United, che si innamorò del suo progetto. Il 1999, già, l’anno della tripla: scudetto, coppa nazionale (la Fa Cup) e Champions League, con quella finale rapinata al Bayern Monaco che gettò una fetta del popolo tedesco nella più cupa disperazione. Sotto di un gol, piazzarono l’uno-due letale ai tedeschi nei minuti di recupero quell’asse di legno di <strong>Teddy Sheringham</strong>, chiamato a rimpiazzare la furia di <strong>Cantona</strong> nei cuori dei tifosi, e il timido <strong>Solskjaer</strong>, una delle scommesse di Ferguson, recapitato dal Molde, squadretta norvegese da due soldi, mentre tutti attendevano l’arrivo dell’ariete <strong>Alan Shearer</strong>. Fu una giornata di orgoglio nazionale, per un team che non vinceva in Europa dal 1968 e per un Paese scosso da un esilio quinquennale, dopo l’assurda carneficina dello stadio Heysel. Che da ragazzo, il Ferguson, avesse lavorato al tornio è storia arcinota agli appassionati. Ma l’aver appreso un metodo, una disciplina è una lezione tornata utile, anzi, un’eredità dei tempi grami rivenduta e riproposta continuamente per pianificare il successo. Vien proprio da pensare così, col ricordo a quella sera di trent’anni fa quando, in finale di Coppa delle coppe, il suo povero Aberdeen, metallico e proletario, investì la supponenza boriosa, antesignana del calcio-champagne, del Real Madrid. Il primo contratto con lo United, Ferguson lo usò per unire i pezzi del suo piano. Con quel faccione fiorito, da abbonato al bancone del pub, non sarebbe risultato credibile in un ruolo da direttore d’orchestra, o da elegante elargitore di piani tattici. I gessati li porta meglio un <strong>Arsène Wenger</strong>. Ma da manager, che in lingua UK non significa amministratore delegato ma sbrigatore di faccende, eccome. Il calcio dell’86 stava entrando nella modernità, serviva una vera preparazione atletica, la scienza medica entrava di prepotenza nel mondo del pallone. Insomma, non bastava più urlare dietro undici ragazzi in pantaloncini e buttare nella mischia qualche picchiatore e un paio di piedi buoni. Sicché Sir Ferguson fu tutto: allenatore, selezionatore, preparatore, esperto di mercato – Cristiano Ronaldo, prima di passare per le sue mani, era un omonimo del fenomeno brasiliano – e straordinario vivaista. Sotto il suo sguardo ipermetrope, la squadra coltivò i <strong>Ryan Giggs</strong>, i <strong>David Beckham</strong>. La vera carta vincente di Ferguson, che poi ha funzionato da assicurazione sulla vita professionale, è stata quella smisurata capacità di correre alla velocità del progresso. Tanto che solo il Barcellona di Pep <strong>Guardiola</strong>, recentemente, era riuscito a far annusare, nelle finali di Champions perdute dagli inglesi, l’odore dello stantìo nella distruzione tecnica e strategica dei Red Devils. <strong>Platini</strong>, che di fantasia pareva intendersi, lo chiama «il visionario, perché è maniacale nella cura dei dettagli, ha anticipato i tempi curando i giovani, ha un intuito unico». È un mestiere che pochi hanno imitato, presi come erano dall’applicazione di una ricetta ruffiana e ultraveloce, che desse risultati subito (con l’aiuto di presidenti danarosi, che poi avrebbero scaricato per un ingaggio migliore) e al diavolo il lungo termine. Per contro, solo Sir Ferguson può ritirarsi dopo 27 stagioni alla guida della stessa squadra, che ha amato come una donna di famiglia e cui ha permesso di vincere 13 dei suoi 20 scudetti. Lascia a 71 anni con il titolo in Premier League appena assicurato, appesantito da 38 trofei. Tolto il re dalla scacchiera, la girandola di pedine sarà vorticosa: il favorito per la successione è lo Special One, <strong>Jose Mourinho</strong>, che lascerebbe il Real a Carlo Ancelotti, tecnico del Paris Saint-Germain degli agguerritissimi petrolieri qatariani. Ciò che non potranno raccogliere, sarà un lascito ereditario: Sir Ferguson non si può scimmiottare, è come Westminster, non lo tiri su col cartongesso. È stato un fulmine solo nel prendere tutti in contropiede, per sparirci sotto gli occhi. L’Indistruttibile va a riposo e torna da Cathy, sua moglie da mezzo secolo, che lui chiama «il comandante». E va a finire, come in tutte le epopee dei leader, che è proprio così.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>[L'Unità, 9 maggio 2013]</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=116</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sprecopoli: caos in Regione</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=112</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=112#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2013 09:25:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=112</guid>
		<description><![CDATA[[pubblicato sull'Unità del 20 aprile 2013] I sommersi sono 52. I salvati, pochissimi e trasversali: una minoranza sparuta di anime candide, alcuni esponenti del Pd, un uomo del Pdl (il mitico ex ministro Raffaele Costa, nemico giurato degli sprechi di Stato e ormai dimesso per motivi di salute) e uno &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>[pubblicato sull'Unità del 20 aprile 2013]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=113" rel="attachment wp-att-113"><img class="alignleft size-medium wp-image-113" alt="Unità20aprile" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/04/Unità20aprile-281x300.jpg" width="281" height="300" /></a>I sommersi sono 52. I salvati, pochissimi e trasversali: una minoranza sparuta di anime candide, alcuni esponenti del Pd, un uomo del Pdl (il mitico ex ministro <strong>Raffaele Costa</strong>, nemico giurato degli sprechi di Stato e ormai dimesso per motivi di salute) e uno della Lega (l&#8217;assessore <strong>Sacchetto</strong>). Più i consiglieri subentrati a quelli partiti per Roma dopo le elezioni politiche, arrivati troppo tardi per potersi unire alla combriccola.<span id="more-112"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Attesi e devastanti, gli avvisi di garanzia per la quasi totalità dei membri del consiglio del Piemonte sono stati recapitati ieri mattina, e hanno scosso il palazzo di via Alfieri. Perché, a soppesare l&#8217;andazzo del parlamentino torinese, non è che qualche grappolo guasto rovinasse la qualità del cesto: è che così, cioè male, facevan proprio tutti. Le ipotesi di reato contestate dai pubblici ministeri, l&#8217;aggiunto <strong>Beconi</strong> – coordinatore – e i sostituti <strong>Avenati Bassi</strong> e <strong>Gabetta</strong>, fanno riferimento alle 400 pagine di rapporto compilate dalla guardia di finanza sulle spese allegre di palazzo Lascaris. Una lettura disgustosa: sono migliaia, le transazioni per le quali sono stati chiesti rimborsi non dovuti. Nel faldone a disposizione della squadra di pm c&#8217;è una sceneggiatura da circo Barnum: dai &#8220;normali&#8221; rimborsi viaggio, che corrono sul crinale tra la valle del lecito e il burrone del penalmente rilevante, alle ruberie più bieche e grottesche. Gli inquirenti hanno trovato giustificativi per l&#8217;acquisto di briglie per cavalli, chili di carne di alta macelleria, ricariche telefoniche per parenti, borse di Hermès e Vuitton, casse di champagne, panettoni. E poi un vassoio d&#8217;argento da 4.000 euro, una ricevuta da 3.000 euro per i servizi di una massaggiatrice, forniture di mobili per la casa, fino all&#8217;apoteosi del servizio catering per un battesimo.</p>
<p style="text-align: justify;">Torna con forza alla mente quella locuzione spietata, «la fogna delle regioni», usata dal deputato Pdl Roberto Rosso quando denunciò – non da eroe, con anni di ritardo &#8211; la condotta di un vecchio collega in Regione, tanto confidente nell&#8217;impunità di farsi rimborsare come missioni politiche le settimane bianche a Sestriere. La documentazione attesta un ammontare tra i 900mila e il milione e 300mila euro, contestati a vario titolo ai rappresentanti del Pd, del Pdl, della Lega Nord e anche del Movimento 5 stelle per spese rimborsate dal maggio del 2010 al settembre dello scorso anno, data dell&#8217;inizio dell&#8217;inchiesta scaturita dallo scandalo del Paperone <strong>Franco Fiorito</strong> e, per il Piemonte, da quelle esternazioni di Rosso. Il consigliere recordman, per ora anonimo, ha totalizzato da solo centomila euro di rimborsi. In alcuni casi – le cene elettorali, buona parte dei rimborsi viaggio – il reato ipotizzato è il finanziamento illecito: non denari sottratti per fini personali ma spese effettivamente sostenute per la politica, benché non rientranti nel novero delle rimborsabili. Come i 7 mila euro contestati a <strong>Fabrizio Biolè</strong>, ex grillino e ora nel gruppo misto: «Sono rimborsi per biglietti del treno e benzina. Un errore contabile. Quando me ne sono accorto ho restituito la cifra al gruppo». Alcuni viaggi erano in direzione Val di Susa, per partecipare alle attività dei No Tav.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si è salvato dalla pioggia di avvisi neanche il governatore, il leghista <strong>Roberto Cota,</strong> volato in procura per tentare di chiarire la sua posizione: «Ho sempre sostenuto in proprio la maggior parte delle spese per lo svolgimento dell&#8217;attività politica. Ho usato risorse del gruppo per importi irrisori e nel rispetto di prassi consolidate, la mia segreteria ha interpretato una legge che esiste da decenni». Sbagliando, sostiene la procura. Per le spese indifendibili, invece, i reati si aggravano, e si integrano gli estremi del peculato, quando non della truffa.</p>
<p style="text-align: justify;">Nel Pd gli animi sono turbati: il capogruppo <strong>Aldo Reschigna</strong>, mercoledì, rimetterà il mandato benché sostenga che gli avvisi consegnati al partito «non parlino di spese personali». In casa Lega, il capogruppo Carossa sta «valutando» il passo indietro; il vice di Cota, <strong>Gilberto Pichetto</strong>, inglobato in maggioranza dopo la beffa della non elezione al Senato per la scelta di lista di Alfano, manifesta solidarietà al governatore ma non nasconde «disagio e disappunto». Il destino comune è legato, probabilmente, a quanto trapelerà nelle prossime ore: i radicali, per voce di Silvio Viale, invocano la pubblicazione online di fatture e scontrini. Una gogna che finirebbe per sbugiardare la difesa etica, quel «qui non c&#8217;è alcun Fiorito» ripetuto da mesi e che sempre più sa di ultima, disperata petizione di principio. La replica meccanica di un distinguo che, in parte si è già scoperto, nascondeva un altro piccolo mondo, abitato da piccoli Batman.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=112</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Moda e marketing: quando il vino è evento</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=106</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=106#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 02 Apr 2013 08:49:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=106</guid>
		<description><![CDATA[[pubblicato sull'Unità del 2 aprile 2013] La prima danza si ballerà al Palazzo della Gran Guardia di Verona, il 6 aprile. L’hanno chiamata, con sobrietà, Opera Wine: una degustazione-monstre in abito lungo, cento più uno produttori italiani, e si servirà di tutto: dai totem delle Langhe, Giacosa, Aldo Conterno, Ratti, &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>[pubblicato sull'Unità del 2 aprile 2013]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=107" rel="attachment wp-att-107"><img class="alignleft size-medium wp-image-107" alt="Vino" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/04/Vino-300x260.jpg" width="300" height="260" /></a>La prima danza si ballerà al Palazzo della Gran Guardia di Verona, il 6 aprile. L’hanno chiamata, con sobrietà, Opera Wine: una degustazione-<em>monstre</em> in abito lungo, cento più uno produttori italiani, e si servirà di tutto: dai totem delle Langhe, Giacosa, Aldo Conterno, Ratti, ai Marchesi toscani Antinori e Frescobaldi. Un’overdose di barolo, brunello, verdicchio e giù per lo stivale a scovare il fiano e l’aglianico. Col mantice di visibilità assicurato da una rivista idolatrata dagli appassionati, Wine Spectator.</p>
<p style="text-align: justify;">È, questo valzer di marchi altisonanti e titoli nobiliari sposati alle etichette, nient’altro che la più giovane delle iniziative escogitate dal mondo del vino per acchiappare l’onda del business. Cavalcare le bizze del mercato è un mestiere che obbedisce ai comandamenti dello <i>show</i>: il diktat è travestire il vino da organismo vivente con l’aiuto delle stelle del settore, abbondare in lustrini, parlare quattro lingue. E agire sui nomi: il cantiniere diventa <i>guru</i>, l’assaggiatore firma autografi. Come la celebrità dell’Opera Wine, Terry Xu, <i>Chief Wine Consultant</i> che frequenta convegni raccogliendo la deferenza degna di un ricercatore sulle staminali. O Luca Gardini, campione del mondo dei sommelier, con sito web e <i>book</i> fotografico in tutto conforme alle pagine degli attori tivù. Del resto le cifre, elaborate da Assoenologi, raccontano di un allontanamento da casa, per i grandi vini italiani: nel 2012 si è venduto meno (le due ultime vendemmie sono state avare, quella più recente crudelmente spilorcia) ma si è fatto pagare di più. Il valore delle merci volate in Cina si è impennato del 15%, in Giappone del 27,7%. <span id="more-106"></span>Anche canadesi e statunitensi, in onore ai nostri vitigni, sono disposti ad aprire il portafogli; molto meno i partner europei che dall’Italia si accontentano, perlopiù, di ricevere iniezioni di vino sfuso. A smorzare i sorrisi ci pensano i numeri nostrani: il consumo di vino entro confine è sceso del 14% in quattro anni. Meno soldi, meno cene al ristorante, pure meno pintoni da ipermercato; tanto che una bottiglia su due, ormai, prende la strada della dogana e se ne va, spesso a infarcire carta e cantina di ristoratori esteri.</p>
<p style="text-align: justify;">È un mondo variegato, insomma, quello del vino, talora imprevedibile. E, non c’è niente da fare, un po’ vittima della moda. Come chiamare altrimenti, per citare quello più evidente, il fervore della nuova parola salvifica per chi vive tra i filari, il “naturale”? Attenzione: il vino naturale è cosa seria, un’assunzione di responsabilità che in Italia ha dato vita &#8211; e da anni, non da ieri l’altro &#8211; a piccoli movimenti di valorosi bastian contrari. Come il Consorzio Vini Veri o Vin Natur: gente con una coscienza, decisa a farla finita con la chimica e il delirio futurista di una scienza enologica che, come un doping legalizzato, ha trasformato certi vini in concentrati di artificio. Pazienza, se agli americani piacevano i nebbioli cresciuti da balie col cervello di silicio, a prezzo della perdita di ogni personalità: erano (e sono) tutti uguali, i vini tecnologici, fatti con lo stampo, più curati di una cavia da laboratorio. Giusto ribellarsi, quindi, all’andazzo per riprendere quanto la tradizione insegnava: stop ai trattamenti coi concimi di sintesi, ai solfiti in eccesso, via libera alle produzioni amiche della terra. L’etica di un vino buono, sì, ma anche sano. Purtroppo, come la storia sancisce, è irresistibile per l’italiano la tentazione di fondare un partito per ogni testa: sicché, dal gruppo di eretici del vino secondo natura, sono nate due associazioni uguali e diverse, che si guardano di sottecchi. E l’imminente Vinitaly, edizione numero 47, bollata dagli intransigenti come la vetrina del vino da piazzare a colpi di marketing, ha presto strizzato l’occhio a quella setta di sognatori, fino a costituire una riserva di infedeli denominata Vivit. Quanto la faccenda sia appetitosa lo dimostra, poi, la mossa di Oscar Farinetti, geniale mercante inventore della setta degli Alti Cibi, un signore che per mezza vita ha piazzato elettrodomestici al motto di «non le sto vendendo una lavatrice ma un sogno», con UniEuro, e oggi converte i consumatori abbienti alla religione di Eataly, invitandoli a risparmiare sul televisore Led per lasciare i soldi nelle sue boutique del carciofino. Ha creato il marchio Vino Libero, un’altra confessione con un credo simile, si è installato come ospite fisso a La7 e magnifica una trovata che, a sentirlo, parrebbe sua.</p>
<p style="text-align: justify;">Del resto, se Vittorio Sgarbi indica Carlo Petrini quale prossimo presidente del Consiglio &#8211; il fondatore di Slow Food &#8211; si comprende come il vino non sia più l’alimento a basso costo dell’Italia contadina ma un rito. Che per vie differenti, talora opposte, si tenta di canonizzare in nome del fatturato, ossia il significato senz’altro volgare, ma non meno veritiero, del <em>made in Italy</em>.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=106</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Sono ancora in piedi</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=98</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=98#comments</comments>
		<pubDate>Wed, 27 Mar 2013 09:35:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Paul Gascoigne]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=98</guid>
		<description><![CDATA[[pubblicato sull'Unità del 24 marzo 2013] È che ci nasci, british bulldog, come Gascoigne da Gateshead, ieri campione, oggi candidato al cimitero delle stelle cadute nella polvere. Il marchio della perdizione, della vitaccia dei lavoratori da cantiere di Newcastle, ti resta appiccicato anche se lo lavi via, come un ergastolo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p>[pubblicato sull'Unità del 24 marzo 2013]</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=99" rel="attachment wp-att-99"><img class="alignleft size-medium wp-image-99" alt="Gazza" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/03/Gazza-271x300.jpg" width="271" height="300" /></a>È che ci nasci, british bulldog, come Gascoigne da Gateshead, ieri campione, oggi candidato al cimitero delle stelle cadute nella polvere. Il marchio della perdizione, della vitaccia dei lavoratori da cantiere di Newcastle, ti resta appiccicato anche se lo lavi via, come un ergastolo in libertà. Come il puzzo degli stabilimenti del carbone, il circolo di carcasse dismesse sulla sponda del Tyne che Paul, bambino, dribblava nelle scorribande da perdigiorno.<br />
Gazza, il diamante cresciuto nello zozzume come il Will Hunting di Gus Van Sant, le aveva proprio tutte: famiglia di disperati, alloggiati in una fetida council house &#8211; le nostre case Gescal &#8211; con bagno in comune. Papà epilettico, bilancio familiare da terzo mondo, bevute e sberle; in più, una precoce relazione con la signora Morte, tanto cara da fargli visita per stendergli sotto gli occhi prima l&#8217;amico più caro, poi un compagno di giochi, apprendista muratore. Provateci, a vivere così senza sfociare nella fiumana dei teppistelli da stadio, i professionisti degli espedienti.<br />
Ecco che il calcio, per Paul Gascoigne, non fu il sogno proibito del fanciullo col poster di Brian Robson, semmai uno sgorgo violento e obbligato. L&#8217;unico canale praticabile per cacciar fuori la testa dal fango concesso a un cliente fisso dell&#8217;assistente sociale, dipendente a otto anni dai videogiochi da bar. Un elemento buono a rimpolpare il sottobosco della criminalità urbana. Ma il pallone, il vero dio nelle case degli operai, sposato alla cara vecchia cassa da trentasei di Brown Ale, decise di allungargli un braccio. Era nato un uomo fortunato, in quello sfascio di società che i Sex Pistols sbraitavano inveendo contro la Regina e il regime di Londra, Paul Gascoigne: un asso del centrocampo, un mastino di talento arrabbiatissimo col mondo e solo in apparenza ripulito dalla divisa ordinata del Newcastle United. Non era il fuoriclasse che ammiccava con ipocrisia al popolo della curva: era uno di loro. Solo che, ogni maledetta domenica, saltava il muretto e smistava assist per 90 minuti agli eroi del St. James&#8217; Park o nell&#8217;arena del Tottenham, squadra che lo lanciò in Nazionale e gli offrì la ribalta per acchiappare un contratto super con la Lazio. Ma a casa, dagli amici del bar, tornava sempre a offrire un giro.<br />
Gazza era una canaglia: nei giorni buoni, imitava Elvis Presley nello spogliatoio, gorgheggiando con il phon, ubriacava di finte una intera linea di difesa, o segnava all&#8217;ultimo minuto nel derby, come contro la Roma nel 1992. In quelli medi, allietava le cronache degli inviati rubando il cartellino giallo per ammonire l&#8217;arbitro. In quelli cattivi, reduce da una nottataccia alcolica, gli montava la rabbia dello spiantato e spaccava tibie, spesso facendosi male a sua volta. Vinse poco, due campionati scozzesi coi Rangers; mettergli la mordacchia non era impossibile, solo inutile. Quasi a forzarsi il ricordo delle origini, stinte e squallide come la tappezzeria di casa, amava spezzare ogni idillio: non convocato, si presentava in tribuna come al cinema, armato di hot dog e secchiello di popcorn. Preso in un momento no, mandò ｫa farsi fottereｻ tutta la Norvegia in diretta tv, in risposta al cronista che lo invitava a salutare il suo Paese.<br />
Perso il calcio, neanche un materasso di una trentina di miliardi di lire gli fece da scudo. Perse tutto, vai a sapere come; nei tentativi abortiti di giochicchiare negli States e in Cina, pensata comune ai campioni spompati vogliosi di contratti honoris causa, gli riuscì solo di far conoscenza con la depressione. Il Boston United o il Gansu Tianma non sono il Middlesbrough; invece la bottiglia è sempre la stessa, ai quattro angoli del mondo. Ed è a quella che Gascoigne aveva preso ad attaccarsi, un giorno per tristezza, l&#8217;altro per noia, poi per abitudine a cacciare via con l&#8217;euforia alcolica l&#8217;inutilità delle giornate da ex. O da sfigato, benché di ritorno, della working class. Un mezzo tentativo di suicidio e un&#8217;operazione per ulcera più tardi, una cornacchia spennata si è presentata a Roma, lo scorso inverno, per un giro dello stadio prima di Lazio-Tottenham. Era lui, Gazza, avvizzito dai drink. Piangeva, quell&#8217;esempio da scuola specializzandi di etilista col fegato marcio. A febbraio, una crisi cardiaca stava per ammazzarlo e tre amici vip, il deejay della BBC Evans, l&#8217;ex direttore del Mirror, Piers Morgan e Irani, antica stella del cricket, lo han fatto ricoverare in una clinica dell&#8217;Arizona. Ne è uscito con le sue gambe &#8211; non era scontato &#8211; giurando di non essere un altro George Best, di voler vivere. È la sua ultima promessa, ma chi si fiderebbe: come quando dava la parola d&#8217;onore a Zoff e sgattaiolava fuori dall&#8217;hotel a notte fonda, a caccia di un&#8217;insegna luminosa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=98</wfw:commentRss>
		<slash:comments>3</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Portacomaro, casa del Papa</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=90</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=90#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 15 Mar 2013 16:44:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=90</guid>
		<description><![CDATA[[reportage per l'Unità di venerdì 13 marzo 2013] «Si guardi intorno: a chi lo dico?» Armando Bergoglio, professione contadino, ora può raccontarlo alla noia ai reporter; mercoledì ne discorreva con gli animali, in cascina. Troppo freddo e buio per uscire e incontrare chi, poi: a quell’ora la gente sta a &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>[reportage per l'Unità di venerdì 13 marzo 2013]</em></p>
<div id="attachment_91" class="wp-caption alignleft" style="width: 283px"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=91" rel="attachment wp-att-91"><img class="size-full wp-image-91" alt="Armando, Anna e Delmo Bergoglio" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/03/Bergoglio.jpg" width="273" height="184" /></a><p class="wp-caption-text">Armando, Anna e Delmo Bergoglio</p></div>
<p style="text-align: justify;">«Si guardi intorno: a chi lo dico?» Armando Bergoglio, professione contadino, ora può raccontarlo alla noia ai reporter; mercoledì ne discorreva con gli animali, in cascina. Troppo freddo e buio per uscire e incontrare chi, poi: a quell’ora la gente sta a casa, locali non ce ne sono, il paese è oltre la statale. I bisnonni di Armando e del Papa erano fratelli. Un figlio, Giovanni Angelo, scappò per La <em>Merica</em>, come i piemontesi chiamavano tutto ciò che prometteva soldi di là dall’oceano, che fosse <em>Nuova Iorc</em> o la qui detta <em>Bueno Saire</em>, Argentina. Da Giovanni nacque Mario Jose, ragioniere dipendente delle ferrovie. Da Mario Jose, Jorge Mario, il Pontefice. La luce del mondo cattolico scaturisce da Portacomaro Stazione, non esattamente il posto in cui andresti in vacanza, due strade in croce a nord di Asti, sui colli del grignolino. Come quello che l’altro cugino, Delmo, ex custode della scuola materna, regalò al Papa come ricordo di una visita fugace, nella primavera del 2005, dopo il Conclave. Bergoglio era stato sconfitto in finale, si passi l&#8217;eresia, da Benedetto XVI ma in pochi lo sapevano, da queste parti nessuno. Il Papa si era fermato a toccare i mattoni della casa di famiglia, a Bricco Marmorito. Oggi la dimora è del signor Quattrocchio, stranito dall’assalto al cortile: in fondo, quella dei Bergoglio è una storia che accomuna una famiglia su due, è la <i>malora</i> di Fenoglio, la fuga dalla fame. «Me lo ricordo: era il 2000. Arrivò con i cugini, stavo facendo dei lavori in giardino. Com’è? Una persona a posto». Che vuol dire tutto e niente, come poco o nulla è rimasto della casa degli avi: giusto l’antico torchio dell’uva. Non c’è più il gelso secolare, «lo ha abbattuto una grandinata» di quelle che in dieci minuti frantumano un anno di lavoro in vigna.</p>
<p style="text-align: justify;">Fa capolino il prete del paese, che non parla in dialetto, anzi, non parla proprio: «Sono arrivato da quattro mesi, mi spiace, non conosco nessuno». Del resto il parroco non è di Portacomaro Stazione, Asti ma di Madras, India. È un missionario dell’Incarnazione e si fa chiamare padre Francesco di Sales, come il protettore degli scrittori e dei piemontesi, ispiratore &#8211; insieme al santo di Assisi &#8211; dell’appellativo del Vicario di Cristo.</p>
<p style="text-align: justify;">Si vede che la gente del posto non è abituata ai forestieri ma è un pullulare di giornalisti e parenti, dalla fumata delle 19:06. A mezzo Astigiano scorre nelle vene il sangue dei Bergoglio, anche a chi non porta il cognome. Come <i>monsù</i> Walter Carlo Gai di Tigliole, legato al fu arcivescovo da parentele che si perdono nei registri comunali. Ma hanno lasciato tracce nell’oratorio dove – racconta lui – ha tirato due calci al pallone col successore di Ratzinger. Papa Francesco I si materializza anche nei racconti della cugina Anna, pronta a raccontare di un’allegra tavolata di famiglia in cui saziò il Santo Padre con un’ardita <i>bagna cauda</i>, olio, acciughe e aglio a profusione. L’episodio, sussurra chi non ha aneddoti da offrire, potrebbe non essere autentico. Ma è verosimile e qui gli anziani, cresciuti nella guerra, risparmiano pure sulle frottole. Anche se di mezzo c’è il cugino che s’è fatto Papa.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=90</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Thyssen, la rabbia e l&#8217;orgoglio</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=86</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=86#comments</comments>
		<pubDate>Fri, 01 Mar 2013 14:22:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Thyssen]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=86</guid>
		<description><![CDATA[[reportage per l'Unità del 1 marzo 2013] Quattro ore di occupazione ostinata, e la maxi aula nel seminterrato del Palagiustizia somiglia a un salone di attesa. C’è chi scrive, chi legge il giornale sul banco del pm usucapito dalla stampa; accanto, il rappresentante di Riscossa Proletaria che grida vergogna allo &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p><em>[reportage per l'Unità del 1 marzo 2013]</em></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=87" rel="attachment wp-att-87"><img class="alignleft size-medium wp-image-87" alt="IMG_4815" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/03/IMG_4815-300x160.jpg" width="300" height="160" /></a>Quattro ore di occupazione ostinata, e la maxi aula nel seminterrato del Palagiustizia somiglia a un salone di attesa. C’è chi scrive, chi legge il giornale sul banco del pm usucapito dalla stampa; accanto, il rappresentante di Riscossa Proletaria che grida vergogna allo Stato imperialista. C’è <strong>Ciro Argentino</strong>, ex operaio <strong>ThyssenKrupp</strong> e sindacalista: ne ha per tutti, anche per il Comune, a suo dire garante dell’azienda nello «scivolo degli operai» dopo la tragedia. Riunite in un capannello, tra sfoghi di disperazione e maledizioni assortite, le famiglie delle vittime. Solo che non c’è più nulla da attendere: alle undici e trenta il presidente <strong>Gian Giacomo Sandrelli</strong> ha letto il dispositivo della sentenza che alleggerisce imputazioni e pene della strage della notte del 6 dicembre 2007, costata la vita a sette lavoratori. La corte d’appello di Torino si è pronunciata: non fu dolo eventuale, nessuno si figurò il rischio di uccidere delle persone, ma colpa cosciente, insomma, un tono di colore in meno sul rosso inferno dell’infamia.</p>
<p style="text-align: justify;">Non è una differenza da dibattito dottrinale e le mamme, le fidanzate, i fratelli dei sette uomini che lasciarono la vita sulla linea 5, devastati da una lingua di fuoco impazzita, lo intuiscono durante la citazione degli articoli del rito penale. L’amministratore delegato Thyssen, <strong>Harald Espenhahn</strong>, ha visto la sua condanna limata da 16 e mezzo a 10 anni e una sforbiciata alla detenzione – comunque sicura, salvo Cassazione – è toccata ai manager <strong>Marco Pucci</strong> e <strong>Gerald Priegnitz</strong> (sette anni), al responsabile tecnico <strong>Daniele Moroni</strong> (nove anni), al direttore di stabilimento <strong>Raffaele Salerno</strong> (otto e mezzo) e al responsabile sicurezza <strong>Cosimo Cafueri</strong> (otto anni). Per il capitano d’accusa, <strong>Raffaele Guariniello</strong>, resta un successo storico e il suo lavoro segnerà una nuova strada: «Ciò che conta è che mai, in Italia, sono state inflitte pene così alte per un incidente sul lavoro»; il pubblico ministero, alle ultime battaglie prima della pensione, chiederà comunque alla Suprema Corte di riformare la sentenza. Non intende «demordere», ripete, sulla qualificazione del rogo come delitto volontario né ha digerito la scelta dei giudici di “assorbire” le condotte meno gravi in quella più eclatante, l’aver scientemente messo i turnisti Thyssen in condizione di perire.</p>
<p style="text-align: justify;">Ma a Rosy, mamma di <strong>Giuseppe Demasi</strong>, morto per ultimo dopo tre operazioni e un’agonia inumana, non basta. Le resta la foto del figlio, in una busta sistemata a favor di corte. Non è servita. «Maledetti», urla con le altre mamme, in direzione dei microfoni rimasti impresidiati dalla giuria. «Noi non ce ne andiamo: deve venire qualcuno, il presidente Napolitano, il ministro. Ci devono spiegare perché i condannati non sono assassini. Devono morire di rimorso: io esco dal lavoro e vado al cimitero. Non dormo più, mio marito si sta lasciando morire». C’è tensione, sinistramente impastata alla frustrazione: i carabinieri faticano a far sfollare l’aula, a un certo punto impediscono a un capannello di parenti l’ingresso. Volano accuse all’incolpevole agente di piantone, che cede e sibila «conosco il processo, potessi parlare&#8230;» e lo fa davanti al pianto di <strong>Daniela Rombi</strong>. Che non è una vedova Thyssen, ha perso la figlia Emanuela nel disastro di Viareggio del 2009. Eppure non si dà pace, è convinta che l’aver derubricato l’omicidio sarà la scappatoia per gli imputati di quell’altra strage, la sua.</p>
<p style="text-align: justify;">Alla fine, per far scendere la temperatura degli animi, si decide: tutti dentro. Inizia l’occupazione, un’ora, due. Si scorge il codino di <strong>Antonio Boccuzzi</strong>, l’unico scampato a quella notte, reso deputato da Veltroni. Finché la procura scende a confrontarsi col dolore di chi ha perso anche la voce per gridare: in prima fila Guariniello e il procuratore generale <strong>Marcello Maddalena</strong>, appena defilato l’avvocato generale <strong>Riccomagno</strong>. La mossa funziona: i senatori della pubblica accusa sedano i più focosi, ricordano che «occupare è illecito e inutile, accusare i giudici di corruzione non aiuterà in Cassazione» e che «bisogna reagire ma in modo intelligente». Le donne, le più agguerrite in questa giornata di sofferenza da mal di giustizia, desistono dalla presa di possesso dell’aula. Nessuna di loro ha una laurea, eppure sanno che il grosso della partita si è appena giocato, «che non sono i 7 o i 10 anni» ma è l’aver negato la volontà omicida, a lasciare atterriti. Rassegnate, riemergono al piano terra e si fanno inghiottire dal traffico di Torino: andranno dal prefetto, per un’altra dose di vana commiserazione.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=86</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Diego, figliol prodigo</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=79</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=79#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 26 Feb 2013 07:46:05 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Diego Maradona]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=79</guid>
		<description><![CDATA[Gli hanno spiegato che ha altro da fare, che sono giorni delicati ma niente, Diego Armando Maradona vuole parlare a tutti i costi col presidente. Non Corrado Ferlaino, colui che regalò alla città di Napoli il sinistro d’oro del calcio romantico e analogico degli anni Ottanta, ma un altro napoletano: &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=80" rel="attachment wp-att-80"><img class="alignleft size-medium wp-image-80" alt="Maradona" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/02/Maradona-300x234.jpg" width="300" height="234" /></a>Gli hanno spiegato che ha altro da fare, che sono giorni delicati ma niente, <strong>Diego Armando Maradona</strong> vuole parlare a tutti i costi col presidente. Non <strong>Corrado Ferlaino</strong>, colui che regalò alla città di Napoli il sinistro d’oro del calcio romantico e analogico degli anni Ottanta, ma un altro napoletano: <strong>Giorgio Napolitano</strong>, il capo dello Stato. Il <i>pibe de oro</i> oggi ha 52 anni, i boccoli corvini per intervento chimico e uno stomaco allacciato da un chirurgo in un’operazione salvavita, quando alcol e cocaina lo avevano reso un simulacro obeso del fuoriclasse che era stato. Mancava dalla sua città adottiva da otto anni, quando <strong>Ciro Ferrara</strong> aveva dato l’addio al calcio, e non era più tornato per colpa di una storiaccia fiscale, un’inchiesta nata in quegli anni di ubriacatura tecnica e non solo, un pasticciaccio contrattuale con i dirigenti del Napoli calcio. La nostra giustizia, a volte, è così: arriva lenta e deve dribblare cavilli e insidie alla ricerca del gol, pardon, della verità. Così Maradona, implicato in presunte manovre per evadere le tasse tra il 1984 e il 1991, si era visto condannare dalla Cassazione, dopo anni di batti e ribatti, a trenta e più milioni di euro, lievitati con gli interessi. Con più di una coda grottesca, da commedia all’italiana: un giorno il sequestro del cachet per una ospitata ballerina in tivù, un altro quello di due Rolex d’oro, un altro ancora quello, seduta stante, di uno dei suoi celebri orecchini da lobo. A ogni visita in Italia zac, un pignoramento più ridicolo.</p>
<p style="text-align: justify;">Ieri, il numero 10 più talentuoso e sregolato di tutti i tempi è tornato a toccare l’italico suolo e lo ha fatto senza trovarsi rincorso da vetture delle fiamme gialle né inseguito da pacchi di ingiunzioni. Si è evitata una riedizione dell’arresto al terminal, protagonista <strong>Sophia Loren</strong> nel 1982, una trama che <strong>Pietro Germi</strong> avrebbe inscenato nel suo Maledetto imbroglio. Solo nostalgici e tifosi, a Roma, ad attendere il volo Dubai-Fiumicino delle 13 e 25, pronti a soffiare via la polvere dagli slogan che facevano saltellare mezza nazione: <em>«O mamma, mamma, mamma / sai / perché / me batte il corason? / Ho visto Maradona / ehi, mammà / innamorato so’»</em>. Maradona è sceso a Napoli a bordo di un’auto bianca; quella Napoli che lo riconobbe come figlio legittimo nella sua genialità, negli eccessi, lo idolatrò per le magie allo stadio contro la Juve e il Milan e gli perdonò le serate a oltranza in compagnia di <strong>Carmine <em>O’ Lione</em> Giuliano</strong>, un altro casco di ricci neri con la passione del calcio ma un mestiere da capoclan della camorra.</p>
<p style="text-align: justify;">Non che la <i>querelle</i> col Fisco sia terminata: il legale, <strong>Angelo Pisani</strong>, sostiene che lo Stato abbia condonato tutte le posizioni e accertato la nullità degli accertamenti fiscali. Equitalia, purtroppo, non la pensa così: a salvare le penne, in quella maxiretata della Finanza, furono i soli <strong>Careca</strong> e <strong>Alemao</strong>, i paggi di <em>Dieguito</em> in quel Napoli da urlo che trovarono, a differenza del re, una via di scampo dalle ganasce dell’erario. Maradona, lui e le sue curve impossibili su calcio di punizione, lui e le sue finte da superuomo tracagnotto, non si è ancora liberato di quel terzinaccio mordace, il suo <strong>Claudio Gentile</strong> che gli fa un <em>tackle</em> dietro l’altro con le cartelle esattoriali. Altro che finita: <em>ha</em> <i>da passà ‘a nuttata</i>.</p>
<p style="text-align: justify;">Diego è al Royal Continental, in una <i>suite</i>, ottanta metri di lusso beatamente affacciati sul golfo. Vuole passeggiare per i quartieri popolari, rivedere Scampia, incontrare il sindaco <strong>De Magistris</strong> a palazzo San Giacomo. La sera c’è pure la partita del Napoli – ma in televisione, gioca in trasferta – e in agenda l’appuntamento chiesto al presidente, al Quirinale, dopo un passaggio dall’amico <strong>Attilio Befera</strong>, suo tifoso e inseguitore, a Equitalia. Un programma troppo fitto per rispettare i tempi del volo di ritorno per gli Emirati, questa sera all’ora di cena. Gli toccherà rigiocarsela con un tunnel, due finte e via: lontano dalla terra che lo acclamò e oggi lo rincorre per debiti, come un qualunque furfantello che s’è fregato i soldi.</p>
<p style="text-align: justify;"><em>[pubblicato sull'Unità del 26 febbraio 2013]</em></p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=79</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Libero! Primo round a Oscar, ricordando O.J.</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=76</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=76#comments</comments>
		<pubDate>Sat, 23 Feb 2013 08:53:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Pistorius]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=76</guid>
		<description><![CDATA[Libero. I genitori hanno già versato la cauzione di un milione di rand, meno di centomila euro; poca cosa, per la famiglia Pistorius, a dispetto della fuga in blocco degli sponsor: Nike, BT, Oakley, Ossur sono spariti dalla circolazione. E il figlio Oscar, imputato di un assassinio inaccettabile, è di &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Libero. I genitori hanno già versato la cauzione di un milione di rand, meno di centomila euro; poca cosa, per la famiglia Pistorius, a dispetto della fuga in blocco degli sponsor: Nike, BT, Oakley, Ossur sono spariti dalla circolazione. E il figlio Oscar, imputato di un assassinio inaccettabile, è di nuovo a casa, benché in castigo. Non potrà parlare con i testimoni né detenere armi, il passaporto gli è stato ritirato, dovrà astenersi dall’uso di alcol e presentarsi ogni sabato mattina, alle 8 e trenta, per firmare in commissariato. Così come gli è fatto obbligo di comunicare ogni suo spostamento dalla città, ma da uomo libero. Fino al 4 giugno, data fissata per la prima udienza nel processo per la morte di Reeva Steenkamp, meravigliosa fidanzata dello sprinter uccisa dal campione paralimpico nella notte di San Valentino, in circostanze che determineranno la pena.</p>
<p style="text-align: justify;">È indubbio: seppur provvisoria, è una vittoria fuori casa per Pistorius e i suoi legali. Che hanno, da marpioni del foro quali sono, indagato sugli indagatori per scoprire la più ridicola delle <i>gaffe</i>: il capo inquirente del caso Steenkamp, tale Hilton Botha, è un poliziotto a sua volta sotto processo. Anche lui dovrà rispondere di omicidio, seppur tentato, per aver aperto il fuoco senza troppi scrupoli contro un pulmino in fuga nel corso di un controllo stradale. Resta da stabilire come la polizia possa aver compiuto una leggerezza simile, rimediata – ma fuori tempo massimo &#8211; grazie alla sostituzione di Botha con un altro investigatore, Vinesh Moonoo. Che si spera privo di pendenze con la giustizia e, magari, meno avventato del predecessore: l’analisi della scena del crimine di Botha è stata duramente contestata, si sarebbero sbagliate le misurazioni e dato per certo il ritrovamento di testosterone in casa Pistorius, salvo il dietrofront a notizia trapelata.</p>
<p style="text-align: justify;">L’ultima udienza per la libertà su cauzione di Pretoria ha restituito al mondo un Pistorius che non si dispera più. Tace ma fa parlare il vispo Barry Roux, l’avvocato sottolinea a biro blu le mancanze dell’indagine e gli assurdi inciampi dell’indagatore. Ha un bel daffare, il pubblico ministero Nel, a far resistere l’impianto accusatorio, a ricordare l’inconsistenza delle giustificazioni di Pistorius, le urla nella notte sentite dai vicini. A stigmatizzare, poi, l’assenza di ogni rimorso del ragazzo, orientato unicamente all’autodifesa e alla commiserazione di sé. Ma il giudice Desmond Nair, evidentemente, ha registrato i colpi subiti dagli inquirenti e il suo primo verdetto è favorevole al reo: del resto, in un grottesco battibecco con l’avvocato Nel che spingeva per la custodia in carcere sottolineando le possibilità di fuga, il giudice ha considerato che «evadere da qualsiasi posto con le protesi», per un personaggio peraltro celebre come Pistorius, sarebbe quasi impossibile. Nel caso, un Paese di approdo potrebbe proprio essere l’Italia, che non ha in vigore trattati bilaterali di estradizione e ospita vecchi amici dell’atleta ma l’impressione, nelle ultime battute dell’udienza, è stata quella di un giudizio condizionato, se non dalla notorietà, dallo stato di salute dell’imputato.</p>
<p style="text-align: justify;">A vantaggio della procura, resta il capo di imputazione che vale tutta la guerra: Oscar Pistorius verrà processato per omicidio premeditato, per avere cioè inscenato la finzione del furto in appartamento al fine di mascherare un’aggressione pensata ed eseguita contro la donna, che si era rifugiata in bagno nel tentativo di sfuggire alla furia dell’omicida. Per giugno, la difesa dovrà costruire qualcosa di più solido delle controaccuse al Botha di turno: per ora si è fermi a «il mio cliente ha sparato alla cieca e senza premeditazione» e non basterà. Ecco perché il pm, uscito battuto dall’ultima udienza preliminare, canta ancora vittoria: «Pistorius deve rassegnarsi. Lo aspetta una lunga pena». Ma un ripasso del caso di O. J. Simpson non guasterebbe.</p>
<p style="text-align: justify;">[<em>pubblicato su l'Unità, 23 febbraio 2013</em>]</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=76</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
		<item>
		<title>Pistorius, sempre più giù</title>
		<link>http://www.federicoferrero.it/?p=70</link>
		<comments>http://www.federicoferrero.it/?p=70#comments</comments>
		<pubDate>Tue, 19 Feb 2013 09:22:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Federico Ferrero</dc:creator>
				<category><![CDATA[L'Unità]]></category>
		<category><![CDATA[Oscar Pistorius]]></category>
		<category><![CDATA[Reeva Steenkamp]]></category>

		<guid isPermaLink="false">http://www.federicoferrero.it/?p=70</guid>
		<description><![CDATA[«Avete sentito voci su un giocatore di rugby accusato di essere coinvolto in qualche modo? Tutti noi sì». La pettegola, nel condominio globale di Twitter, altri non è che Zelda La Grange, assistente personale di Nelson Mandela. Anche lei ha voluto cimentarsi nello sport più praticato, schierarsi pro o contro &#8230;]]></description>
				<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><a href="http://www.federicoferrero.it/?attachment_id=73" rel="attachment wp-att-73"><img class="alignleft size-medium wp-image-73" alt="reeva-steenkamp" src="http://www.federicoferrero.it/wp-content/uploads/2013/02/reeva-steenkamp-159x300.jpg" width="159" height="300" /></a>«Avete sentito voci su un giocatore di rugby accusato di essere coinvolto in qualche modo? Tutti noi sì». La pettegola, nel condominio globale di Twitter, altri non è che Zelda La Grange, assistente personale di Nelson Mandela. Anche lei ha voluto cimentarsi nello sport più praticato, schierarsi pro o contro il killer nel caso di cronaca mondiale. In queste ore, a Port Elizabeth, dove gli oceani si dividono, la famiglia di <strong>Reeva Steenkamp</strong> saluta per l’ultima volta la ragazza, uccisa giovedì scorso da Oscar Pistorius; negli stessi momenti un’udienza a Pretoria deciderà sulla scarcerazione dell’unico imputato, il recordman paralimpico incarcerato con l’accusa di omicidio.<br />
Giorno dopo giorno, la bruma sulla dinamica dell’aggressione si va stemperando. Sul movente, sempre più avvinghiato alla gelosia violenta, spunta per l’appunto un rugbista, François Hougaard, giovane mediano di mischia degli Springboks, i nazionali sudafricani. Amico della Steenkamp ma, forse, troppo intimo per i parametri di Pistorius: un messaggio sul telefono cellulare ricevuto dalla donna sarebbe stato, secondo il portale News24, il motivo scatenante di una lite tutt’altro che fulminea. Cominciata con insulti, proseguita con le botte, esacerbata dall’uso di una mazza da cricket – che la polizia ha rinvenuto, insanguinata, durante la perquisizione – e terminata con l’esplosione di quattro colpi di pistola contro la vittima, che aveva cercato scampo nella stanza da bagno. Il climax di barbarie fa intendere che il padrone di casa vestitosi da assassino sia transitato, o già si trovasse, in uno stato psicologico di alterazione. Per il quale, ecco un’altra novità, i magistrati avrebbero pronta una spiegazione: tra i materiali sequestrati nella villa, difatti, risultano massicce scorte di steroidi anabolizzanti. Il caro, vecchio doping ormonale: Pistorius, probabilmente, non solo è il giustiziere della fidanzata ma appartiene a un’altra categoria degenere, quella dei miti dello sport che hanno imbrogliato, come Lance Armstrong. E chissà che, facendo leva sul legame conclamato tra uso di sostanze androgene e raptus aggressivi, l’accusa non riesca a giustificare un’esecuzione tanto truculenta, o la difesa trovi una scappatoia per alleggerire la sentenza.<br />
Indizi, embrioni di evidenze da portare in aula quando arriverà l’ora, chiacchiere: come l’aneddoto di Kevin Lerena, il pugile amico di Pistorius che, a gennaio, fu sfiorato nel corso di una cena da un colpo di pistola sparato, in un incidente grottesco, dal presunto omicida: «Per qualche ragione – racconta &#8211; gli venne in mente dare un’occhiata all’arma di un amico e di togliere la sicura, partì un colpo ma non direi che la cosa lo abbia lasciato indifferente, visto che nei giorni a venire continuò a chiedermi scusa». L’impressione è che la posizione processuale di Oscar Pistorius, che con ogni probabilità non verrà scarcerato prima della celebrazione del procedimento, sia fatalmente incanalata: omicidio è, da graduare nel ventaglio di definizioni meno e più grevi, dal colposo al premeditato. La famiglia ha spianato le armi da difesa: uno studio legale da milionari, un anatomopatologo, pure un detective per condurre indagini alternative. Ma la testimonianza – per ora giornalistica, resa al Mail online – di un vecchio amico di Pistorius, Justin Divaris, indica un’unica verità. Il killer avrebbe telefonato al compagno d’infanzia appena posata la pistola, per confessare: «Io gli ho risposto: “Ma che stai dicendo?” E lui mi ha ripetuto che c&#8217;era stato un terribile incidente, che aveva sparato alla sua Baba, che Dio lo doveva portare via». Il ragazzo si sarebbe precipitato alla villa di Blade Runner, per trovare le transenne della polizia e riuscire rubare appena un’occhiata al bagno, al corpo della Steenkamp coperto di asciugamani.<br />
Papà Henke Pistorius non si sottrae ai reporter e regge la tesi del clan, il tragico incidente, soggiungendo che «c&#8217;è qualcosa di fondamentalmente sbagliato nella nostra società: costruiamo eroi che superano immense sfide, solo per prenderci la gioia di abbatterli». È che tutti i frammenti di verità, in questa storia assurda, suggeriscono che il suo Oscar sia stato, ancor prima del carnefice di Reeva, il boia di se stesso.</p>
]]></content:encoded>
			<wfw:commentRss>http://www.federicoferrero.it/?feed=rss2&#038;p=70</wfw:commentRss>
		<slash:comments>0</slash:comments>
		</item>
	</channel>
</rss>
