Un giorno da Forconi
Un giorno da Forconi
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[pubblicato sull’Unità del 10 dicembre 2013]

uniSotto la testata dell’Uomo qualunque di Guglielmo Giannini, settant’anni fa, albergava una vignetta: un senzacasa scriveva sul muro “Abbasso tutti”. I ragazzi di piazza Castello, senza bandiere, senza stemmi, tendenzialmente vestiti di scuro, arrivano alle stesse conclusioni. Appendono lenzuoli ai cancelli dell’Armeria Reale, inchini involontari alla letteratura qualunquista («L’Italia migliore siamo noi, le persone normali»), anche in rima baciata («Politici, amministratori, sindacati: ladri legalizzati»), ispirati a teorie oltranziste («Questa è la III guerra mondiale, vinta dalla Germania con la finanza: fuori dall’euro!»). Il popolo dei forconi ha mantenuto la promessa di fermare tutto il 9 dicembre anche a Torino, dove la miccia si è accesa nelle prime ore del mattino, in periferia. I primi a svegliarsi sono i lavoranti dei mercati generali, il Caat. Nella notte, pochi autotrasportatori hanno osato varcare i blocchi dei manifestanti. Altri, i più, hanno puntato direttamente per la bretella di Caselle, congestionando il traffico del raccordo per protestare contro la legge di stabilità.

In centro, dove molti negozianti hanno tirato giù le serrande, non appena un sole tiepido scioglie la brina i forconisti pedoni si concentrano in qualche migliaio: abbasso tutti. Chi se la prende con il Comune, chi cammina sui binari della stazione a Porta Nuova e blocca una ventina di treni per mezz’ora. Altri ci provano a Porta Susa: storpiando un inno calcistico, cantano «I padroni dell’Italia siamo noi». Non è un caso che siano stati avvistati anche dei Drughi, gli ultrà della Juventus. Intanto, cinquanta contestatori armati di pietre tentano di irrompere negli uffici dell’Agenzia delle Entrate in corso Bolzano: respinti. All’angolo con via Garibaldi, il viale dello struscio, c’è una postazione mobile del telegiornale di Sky. Per qualcuno, pure quello è il nemico: tempo di puntarla, viene spazzata via. Un altro gruppo si sta dedicando alla sede di Equitalia, all’incrocio tra via Alfieri e via Arsenale, mentre una carica da cinquecento tenta di forzare il portone del palazzo della giunta regionale. Abbasso tutti. Più degli altri, abbasso i consiglieri regionali del Piemonte, caduti mani e piedi nello scandalo di Rimborsopoli: a palazzo Lascaris, inizialmente, i carabinieri sono in minoranza e le prendono. Poi arriva la polizia: fischi, urla, spintoni, partono i lacrimogeni per disperdere la folla degli indignati. Qualche disgraziato non si accontenta di lanciare in aria cori («Ladri, vergogna, dimissioni») ma getta pietre, mattoni, bottiglie di vetro, petardi.

A fine giornata, 14 agenti saranno da refertare. Dopo i tafferugli, però, cambia il clima: spuntano bandiere tricolori, qualcuno intona l’inno, «Rivoluzione» si impasta a «Italia, Italia». Si leva un coro, «Levatevi i caschi», che la polizia accoglie. Gli agenti ammainano gli scudi, partono gli applausi e scatta la tregua. Idem a Porta Susa: giù i caschi, anche quelli della Finanza. «Bravi, siete come noi», rispondono i ragazzi. Pace? Non proprio: più tardi il municipio è ancora assaltato, volano le mani. Il segretario del sindacato di polizia Ugl, Valter Mazzetti, condanna la «inaudita e vergognosa aggressione»; la questura di Torino interviene per precisare che gli agenti non si sono tolti i caschi in segno di solidarietà verso i manifestanti ma per «il venir meno di esigenze operative», spegnendo gli entusiasmi di chi sperava (e calvalcava) l’ammutinamento.

Non esiste un solo perché, a questa giornata di moti. Ciascuno ha il suo, in una suburra popolare eterogenea e disordinata nei fini. Simpatizzanti neri si ritrovano a dividere la piazza con la gente dei centri sociali Gabrio e Askatasuna. Ai violenti si mischiano l’artigiano che non prende soldi dai clienti ma ha già dovuto pagare gli anticipi Iva e Irpef, la parrucchiera no global, l’operaio con due figli e un salario di mille euro al mese; oppure il disoccupato che non ha niente, se non la sua frustrazione. Difatti, punta più in su e se la prende col governo: via il Parlamento illegittimo, abbasso tutti. Non per raffinati ragionamenti di dottrina sugli effetti delle sentenze della Consulta, ma perché «non ci danno da lavorare».

La protesta è pancia, quel poco di ragionamento che passa per il coordinamento 9 dicembre poggia sul vaghe teorie di ultradestra e sull’avvilimento di chi ormai rifiuta ogni mediazione: partiti, sindacati, nessuno ha più il diritto di parlare a loro nome. Non è un caso che molti tacciano. Il ministro per la coesione, Carlo Trigilia, pare rassegnato: «Il Paese è stremato da anni di sacrifici e austerità, ma nella situazione in cui siamo è molto difficile fare interventi antirecessivi». E spuntano i forconi.

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